Radioparole produzioni indipendenti documentari sonori
    menù            produzioni info@radioparole.it
Le voci di San Sabba Le voci di San Sabba

Il processo per i crimini commessi alla Risiera di San Sabba

un documentario prodotto da Radioparole (2003)

un documentario sonoro in tre puntate di 30 minuti ciascuna

 ascolta i primi 10 minuti [mp3]  

torna alla pagina principale di Le voci di San Sabba

se desideri ricevere i cd di  Le voci di San Sabba scrivi a info@radioparole.it  
 
 

                                   Trascrizione prima parte

Marta Ascoli* (parla in dialetto triestino)
Mi ricordo che avevo queste trecce lunghe che non mi ero mai tagliate… mi ha visto in quella foto?

*Marta Ascoli nel 1944 aveva 17 anni. Arrestata con la famiglia, prima di essere deportata ad Auschwitz, venne rinchiusa alla Risiera di San Sabba per una settimana

Custode Risiera di San Sabba
Si, si…

Marta Ascoli (parla in dialetto triestino)
… mia mamma non mi permetteva di tagliarle… quando sono stata là mi hanno rasata… oggi non sarebbe un gran peccato visto come sono spelacchiata… ma quella volta… e vicino a me c’era una triestina, da cui poi mi hanno divisa, e lei mi ha detto: «O dio, i nostri capelli…» e io le ho risposto: «Ascolta Laura, se dovessi uscire viva da qua anche senza capelli lo farei subito, ma se devo morire anche se mi li hanno tagliati…». Avevo diciassette anni…. Andiamo fuori…

(Rumore dei passi che incamminano nel cortile della Risiera)

Marta Ascoli (parla in dialetto triestino)
Che brutta giornata avete trovato per venire qua… mamma mia…

(Rumore della pioggia)

Andrea Giuseppini
A Trieste nella Risiera di San Sabba

Marta Ascoli
Dunque, dove siamo noi, qui sopra, dalla parte di là c’erano gli uffici del comandante, qua c’erano circa… adesso non so quanti tedeschi. Poi c’erano gli ucraini e tutti quelli che lavoravano nelle cucine. Nella parte bassa, lì in fondo, c’era il magazzino dove veniva depredato tutto quello portavano via. Perché ci portavano via tutto, anche quello che veniva portato via da casa. E sopra c’erano le camerate dove si stava da una parte, mi pare nel secondo piano, gli uomini e nel terzo c’erano le donne. E qui sotto c’erano le cellette di tortura dove venivano immessi i prigionieri fino a quando venivano interrogati e anche dopo.

(Rumore di passi e pioggia)

Marta Ascoli
Prima di partire i tedeschi fecero saltare il forno crematorio che c’era qui.
Per quello che riguardava ossa e cenere, venivano messi nei sacchi, questo lo seppi dopo, e venivano portati via da dei tedeschi su carri trainati da cavalli. E venivano portati abbastanza distante, allo scalo legnami e lì gettati in mare. E a distanza di anni vennero trovate queste… le ceneri forse no, ma le ossa di queste persone vennero trovate

(Musica)

Galliano Fogar*
Nella Risiera venne fatto funzionare un vero e proprio forno crematorio come quelli molto più grandi di Auschwitz, di Treblinka, eccetera. Questa è una caratterista che nessun altro campo di internamento creato dai nazisti in Italia ebbe. Di conseguenza, alla Risiera… noi la chiamiamo Risiera in termine, diciamo così, dialettale quasi… un vecchio stabilimento per la lavorazione del riso, in un rione industriale, cioè, un lager nella città, questa non è una cosa frequente… nel Polizeihaftlager della Risiera di san Sabba si uccidevano e si cremavano le vittime designate, anche un piccolo nucleo di ebrei fu ucciso e bruciato in Risiera, ma in genere gli ebrei venivano concentrati nella Risiera da tutte le parti della regione, e da qui spediti con i convogli ad Auschwitz. Mentre i civili, ostaggi… non solo partigiani, politici… ostaggi civili, uomini e donne, anche giovanissimi… venivano uccisi in Risiera.
Secondo le sentenze del processo le vittime in Risiera furono 2.000 escluso il piccolo gruppo di ebrei che venne ucciso anche in Risiera, mentre la maggioranza venne mandata altrove. Secondo altri calcolo fatti da superstiti e da studiosi sull’argomento arriviamo tra le 3 e le 4.000 persone sterminate in Risiera. Gente cioè che è entrata in Risiera e di cui non si è mai saputo niente. Sparita.

*Galliano Fogar, dell'Istituto regionale di storia del movimento di liberazione in Friuli Venezia Giulia, ha partecipato al processo in qualità di perito storico

(Musica)

Franc Šircelj* (sloveno tradotto in italiano)
Sono stato arrestato nel mio villaggio nel mese di novembre del 1944. Militavo nell’Armata jugoslava con compiti di collegamento territoriale. Stavo portando una lettera a un corriere quando c’è stato un rastrellamento di un reparto SS. Ci hanno radunati al centro del paese poi trasportati a Riauce dove c’erano altre persone arrestate e da lì, con degli autocarri, ci hanno portati direttamente alla Risiera.
La prima sera siamo stati rinchiusi in uno stanzone, il secondo giorno ci hanno tolto tutto quello che avevano e divisi in piccole celle.

*Franc Šircelj militava nell'armata jugoslava. Catturato dai tedeschi durante un rastrellamento, venne subito trasferito e imprigionato a San Sabba. Vi rimase per cinque mesi

(Musica)

Enzo Collotti*
Bisogna tener conto della situazione che i tedeschi trovano a Trieste e nella Venezia Giulia - nel complesso di quello che poi sarà chiamato il Litorale Adriatico - l’8 settembre del 1943. Non si può prescindere dai precedenti. E i precedenti sono la presenza già in quell’epoca nella zona nord orientale d’Italia della guerra partigiana alimentata soprattutto da sloveni, ma anche da croati, con la presenza anche di elementi italiani andati in montagna già prima dell’8 settembre del ’43 e, con l’ulteriore premessa, della situazione creatasi con l’aggressione alla Yugoslavia e con la precedente oppressione delle minoranze slave da parte del regime fascista. Se si prescinde da questo quadro non è possibile capire che cosa succede l’8 settembre. Quindi come i tedeschi si insediano nell’area, non soltanto per ragioni strategiche come ufficialmente affermano, ma anche con delle pretese politiche molto precise e con la motivazione di volere pacificare una zona che era stata resa particolarmente accesa nelle conflittualità nazionali soprattutto dal regime fascista.

*Enzo Collotti, storico, ha partecipato al processo in qualità di perito storico

(Rumore di passi e pioggia)

Marta Ascoli
Il 19 marzo del 1944 io ero a casa assieme a mia madre. Mi ricordo che studiavo chimica, figurarsi,  era l’ultimo anno delle magistrali. Suonarono alla porta e arrivarono due tedeschi delle SS. Con modi alquanto bruschi, una volta confrontati i nostri nomi, ci dissero di seguirli. Mi ricordo che era verso le 20 di sera. Quindi fummo costretti a seguirli. Mentre scendevamo le scale arrivò mio padre che usava di solito faceva sempre delle partite a scacchi e a quell’ora tornava a casa all’ora di cena dopo aver fatto le sue partite. Lo fermarono e gli chiesero chi era e saputo che era mio padre dissero anche a lui di seguirci. In prossimità del giardino pubblico c’era un camion chiuso con dei teloni e con questo camion poi ci portano in Risiera.
Siccome il nostro è un cognome di città e i cognomi di città sono di origine ebrea però io ero battezzata dalla nascita, mia madre era cattolica e i suoi genitori pure, avevo tre nonni ariani. Non dovevano neppure toccarmi con le leggi di Norimberga. E poi era nel loro interesse, praticamente, appropriarsi di tutte le proprietà degli ebrei, tanto comandavano loro, nessuno avrebbe obiettato niente. Infatti a noi ci portarono via tutto quello che avevamo in casa.

(Musica)

Galliano Fogar
La Venezia Giulia,  più la provincia di Udine, più l’ex provincia italiana di Lubiana occupata dagli italiani nel 1941, quest’area viene denominata  dai nazisti Adriatisches Küstenland , Litorale Adriatico. C’era un confine con l’Italia al di là del Tagliamento. Bisognava avere un documento di  passaggio, un’autorizzazione per entrare nel Friuli e nella Venezia Giulia. Gauleiter era il supremo governatore civile e politico. Era quello che poi decideva su tutto. Poteva modificare sentenze civili e penale, annullarle. Lui aveva diritto di vita e di morte.

(Musica)

Enzo Collotti
La presenza dei tedeschi ha un obiettivo immediato che è quello di occupare una posizione sicuramente importante dal punto di vista militare perché è l’anello di congiunzione tra la parte meridionale del grande Reich e il teatro balcanico oramai in pieno incendio. All’interno di questa situazione vi è sicuramente l’intenzione di annettere quest’area periferica italiana in prospettiva al grande Reich. In quest’area, per giunta, vengono applicati metodi di lotta tipicamente nazisti, sia dal punto di vista razziale – quindi il problema della soluzione finale applicata al Litorale Adriatico - sia dal punto di vista della lotta contro i partigiani, perché esplicitamente in questa zona, e io stesso ho pubblicato i documenti del generale Kübler a riguardo, vengono applicati i metodi per la lotta contro le bande, come si diceva, all’est, nei territori orientali. Quindi metodi e sistemi di guerre di sterminio.
Questo è il contesto in cui bisogna collocare l’episodio sicuramente così rilevante della Risiera. Quindi la Risiera come luogo di transito ma anche come vero e proprio campo di sterminio con la duplice funzione, contro i partigiani sloveni croati italiani, contro gli antifascisti in genere, e contro gli ebrei.

(Musica)

Franc Šircelj (sloveno tradotto in italiano)
I primi giorni ci davano qualcosa da mangiare, ma poi sempre di meno. Nelle celle c’era un secchio per i nostri bisogni, ma di solito era vuoto. Se c’era qualcosa era solo puzza. In poco tempo ci siamo riempiti di pidocchi. C’erano talmente tanti pidocchi che ci si poteva fare un cappotto.
Avevamo mezz’ora di luce al giorno, ma se qualcosa andava male, ad esempio se c’erano degli arresti o qualche altro evento straordinario, non ci facevano neppure uscire. Dopo quindici, venti giorni era diventato così difficile stare rinchiusi lì dentro che in tre quattro abbiamo cominciato a cantare delle canzoni partigiane, tanto a quel punto pensavamo che da lì non saremmo più usciti. Ma non successe niente. O non capivano le nostre canzoni, oppure, non so, le ignoravano. Nessuno ha reagito. Noi eravamo disperati, veramente disperati. Mi creda alle volte piangevo.
Non mi sono lavato per cinque mesi. Non mi sono rasato per cinque mesi. E neanche cambiato i vestiti.

(Musica)

Marta Ascoli
Fummo subito divisi. Mio padre andò in una camerata dove c’erano solo uomini, mi sembra che era il secondo piano, mentre io e mia madre assieme ad altre donne andammo al terzo piano.
Lì dietro c’era un binario morto dove, nel tempo che sono rimasta qui, circa due o tre settimane, ci facevano fare una piccola passeggiata di mezz’ora, tre quarti d’ora. Che era sempre nell’interno di questa Risiera, però aveva stà specie di binario lì … ci facevano fare questi quattro passi lì. Però eravamo richiuse dentro, non si poteva guardare fuori, a parte che tutte le finestre erano abbrunate… e si sentivano, specialmente quando loro torturavano o prigionieri o partigiani, si sentivano ogni tanto delle urla, delle cose… però loro per evitare questo mettevano degli altoparlanti, facevano musica forte in modo da attutire queste grida. Ma noi sapevamo che quella volta quando mettevano questi altoparlanti praticamente torturavano, ammazzavano…
C’erano questi militi di manovalanza tra cui c’era un certo Demjanjuk il quale, almeno così risulta, … uccideva anche certi prigionieri con una mazza che in seguito fu trovata. Questo era un certo Demjanjuk di origine ucraina, che poi non so dove finì.

(Musica)

Galliano Fogar
Odilo Lotario Globocnik, il massacratore degli ebrei polacchi - quando lui venne a Trieste aveva finito di organizzare lo sterminio di due milione circa di ebrei in Polonia - da lì venne mandato allora a Trieste. Assunse il comando delle SS per tutto il Litorale Adriatico. Mandato qui nel Litorale Adriatico perché era la nuova provincia destinata ad essere annessa al Terzo Reich.
Globocnik era irraggiungibile nella sua ferocia e nel suo sistema. Era generale, sapeva come si organizzano i massacri di massa.

(Musica)

Enzo Collotti
L’Einsatzkommando Reinhard è praticamente il cervello operativo che realizza in Polonia, tra il 1942 e il 1943, la soluzione finale agli ordini del generale delle SS Globocnik. Globocnik, originario di Trieste - non dimentichiamo che Globocnik era nato a Trieste - alto esponente già nel periodo del nazismo illegale in Austria del partito nazionalsocialista. Quindi lo possiamo considerare un elemento particolarmente dotato per spirito di fanatismo, per capacità combattiva di una struttura di sterminio nazista.
Quando viene trasferito a Trieste trasporta buona parte di quello che era stato il suo staff di comando in Polonia. Quindi, come dire, il  trasferimento di questo tipo di esperienza -  una delle esperienze più feroci della guerra, diciamo, di razza all’est -  a Trieste ha un significato molto preciso. Cioè il significato di riprodurre su scala ridotta i sistemi di lotta che già erano stati applicati in Polonia.

Galliano Fogar
Dell’Einsatzkommando Reinhard un nucleo viene piazzato in Risiera, quando viene creato il lager, ma altri nuclei, uno a Fiume uno Udine, svolgono lo stesso compito, ma l’unico campo però di vero e proprio, non soltanto concentramento, ma anche eliminazione, è quello di Trieste, comandato da uno degli ufficiali di  Globocnik. Christian Wirth e Dietrich Allers… Dietrich Allers era uno degli organizzatori della eliminazione delle cosiddette vite zavorra… alcuni dei massimi capi dei grandi massacri nazisti sono venuti a Trieste e ci sono stati due anni. Puoi immaginare…Questo non è avvenuto in nessuna altra città d’Italia. In questa intensità. Proprio qui… i maggiori massacratori delle stragi, del genocidio, della shoah vennero a Trieste. Mancava solo Eichmann.

(Musica)

Franc Šircelj (sloveno tradotto in italiano)
Sa che cosa ci davano? Due sigarette a settimana, ma senza fiammiferi… senza fiammiferi.
Non mi ricordo se il giorno prima di natale o prima di capodanno è venuto un ufficiale SS. Era notte e noi stavamo dormendo. Io avevo la testa girata verso la porta. E’ venuto e ha cominciato a urlare. Io non capivo nulla. L’altro poi mi ha detto che urlava che ci avrebbero sparato. Sì, era san Silvestro, prima del capodanno. Mi ha tirato per i capelli e mi ha buttato giù dal tavolaccio dove ero sdraiato. Cose del genere accadeva quasi quotidianamente.
Una volta un militare tedesco, proprio qui dove sono seduto io ora, l’hanno talmente riempito di botte, ma così tanto… era un militare tedesco ma era polacco, non mi ricordo cosa avesse fatto, ma l’hanno così riempito di botte… avevano una sedia di ferro rotonda, con questa sedia l’hanno talmente colpito, talmente riempito di botte… che è morto qui.

(Rumore di passi e pioggia)

Marta Ascoli
Io aspettavo di giorno in giorno di uscire, che ci interrogassero. Invece non ti interrogarono mai. Una mattina all’alba vennero a chiamare i nostri nomi… qualche giorno prima era arrivato un trasporto da Fiume e da Rab, che all’epoca si chiamava Arbe e dove c’era una specie di lager dove erano confinati molti ebrei ed era stato sotto i fascisti poi era passato sotto i tedeschi. Loro aspettavano queste persone per fare un grosso convoglio e mandarci poi via.
E qui in questo piazzale c’era un camion che aspettava, ci fu detto di salire e con quello fummo portati al Silos dove c’erano dei vagoni piombati e dove ci fecero salire e poi li chiusero ermeticamente. Io chiesi di poter andare con mio padre e un milite delle SS italiane mi disse: «sì, sì» e mi fece salire.
Mia madre, probabilmente guardarono i suoi documenti… mia madre rimase qui ancora per tre mesi e poi fu mandata fuori.

(Rumore di passi e pioggia)

Franc Šircelj (sloveno tradotto in italiano)
Una volta mi hanno chiesto di andare a tagliare la legna, cioè non mi hanno chiesto ma mi sono venuti a prendere. Un’altra dovevamo trasportare dei binari. Eravamo in tre ma non ci riuscivamo. Siamo caduti in terra e ci hanno rimandati in cella. Sa, quando sono uscito pesavo quaranta chili, non avevo forze per fare nulla. Noi stavamo lì, rinchiusi. Altre persone venivano e andavano. Sparivano le persone. Noi invece stavamo lì e ci sembrava strano… ci sembravano strane le loro intenzioni con noi. Non riuscivamo a capire. Sapevano che alcuni venivano portati in Germania, almeno noi sapevamo così. Mi ricordo due che erano di Muna, se non mi sbaglio, il padre e il figlio… c’era anche uno zio. Sono stati qui un paio di giorni e poi anche loro sono spariti.

(Rumore di passi e pioggia)

Marta Ascoli
Mia madre poi ebbe il coraggio di tornare in Risiera a parlare con i comandanti che  erano veramente feroci… SS… se avessero potuto l’avrebbero eliminata, ma siccome lei era stata da un loro superiore non poterono farlo… e le dissero di attendere. Così le mandarono una lettera prima dove dicendo che saremmo tornati e dopo un mese o due le mandarono un’altra lettera dove le dissero che noi eravamo… eravamo morti e i corpi erano stati neanche identificati… sotto un bombardamento alleato. Quindi mia madre non ebbe più neanche speranza per noi… e quindi non potè fare più niente.

(Musica)

Franc Šircelj (sloveno tradotto in italiano)
Io avevo una piccola matita nascosta in un buco del muro. Ho fatto delle scritte lì, nella cella numero 3. Più volte sono ritornato a vedere questa cella, ma è stato tutto cancellato. E’ stato tutto ridipinto e non si vede più nulla. Anche nella stanza della morte, dove sono stato, era pieno, ma pieno di scritte sui muri. E io ho pensato: «chissà quante persone sono passate per questa stanza».
Questo l’ho pensato dopo, perché nei primi tempi quando stavo qui io non lo sapevo nemmeno che c’era il forno crematorio. L’ho saputo da un certo Jose che c’era il forno e ci buttavano le persone dentro. Le persone venivano portate anche da altre carceri, altri li prendevano da qui. Allora sapevamo: ora tocca a loro. Quando lo facevano c’era sempre il rumore di un grosso camion, e anche quello della radio a volume altissimo che trasmetteva delle marce tedesche oppure Lilì Marlene… sì, questa canzone c’era sempre. E dopo si sentiva una puzza strana. Non sempre però. Le prime volte pensavo:«ma che stanno facendo…», e siccome lì c’era anche una cucina ho pensato che stavano bruciando qualcosa. Era una puzza come se stessero bruciando un maiale. Sa, i peli di maiale che bruciano… ecco proprio quella puzza, identica. Ma, ripeto, non sempre. Diciamo almeno ogni quattordici giorni. Anche una volta a settimana delle volte.

(Musica)

Marta Ascoli
Dopo un viaggio proprio terribile… di… non si può dire che angoscia avevamo… arrivammo ad Auschwitz che non sapevo neanche che esistesse. Auschwitz è il nome in tedesco perché il nome polacco è  Oswiecim, ma loro praticamente avevano già imposto questo nome. Auschwitz era un complesso di quarantaquattro chilometri quadrati dove c’erano campi vari. Ma il campo proprio delle eliminazioni era Birkenau, dove sono stata io, dove all’esterno c’erano quattro camere a gas e altrettanti forni crematori, fuori dalla recinzione perché il campo era tutto chiuso da corrente elettrica.
Io appena arrivata lì per un mese non potei nemmeno credere che uccidessero con il gas. Anzi, non credevo per niente. Però dopo un mese circa, uno dei tanti trasporti che non era entrato in campo… e tutta la notte questi camini avevano bruciato e si sentiva l’odore del… di questa carne bruciata e queste fiamme… e la mattina dopo, andando a lavorare, vedemmo tutta la strada… la strada ferrata seminata di scarpette di bambine, di fotografie, di nastrini, e allora mi resi conto che effettivamente succedeva quello che si stava diceva in campo. Ma io per più di un mese non potei credere.

(Musica)

Franc Šircelj (sloveno tradotto in italiano)
Il 12 marzo sono venuti. E’ arrivato Schultz. Prima ha aperto la mia cella, poi anche la numero 4, dove c’era un certo Jose dell’Istria. Ci ha portato nel magazzino e lì ci siamo dovuti spogliare. Allora abbiamo capito che si trattava dei nostri ultimi respiri. C’erano altre persone che a turno venivano spinte, mi sembra per delle scalette o una piccola porta. Intanto dietro a noi erano arrivati degli altri. Quando quasi toccava a Jose che era davanti a me, diciamo verso la fine delle scale, circa un metro e mezzo, è arrivato Schultz e ha cominciato a gridare di tornare indietro. Ha spinto Jose che a sua volta ha spinto me e siamo caduti tutti e due. Volevamo riprenderci i vestiti, ma Jose è stato di nuovo colpito. Ci hanno riportati in cella e sono rimasto nudo tutta la notte. Non ho capito cosa fosse successo.
Il giorno dopo uno degli SS ci ha portato nel magazzino dei vestiti. Un grande magazzino pieno di vestiti. Probabilmente erano i vestiti degli ebrei. Lì mi hanno dato un vestito, delle ciabatte molto mal ridotte, un asciugamano, che in realtà ho rubato. Non era permesso prenderlo, ma io l’ho preso.
Dopo sei, sette giorni, ci hanno caricato su un autocarro e siamo andati verso l’Austria. Gli alleati però avevano bombardato un ponte e siamo finiti quindi in un piccolo campo, vicino a Tolmezzo. Eravamo in pochi, circa una ventina. La sorveglianza era scarsissima. E da lì, con l’aiuto di alcuni partigiani italiani siamo riusciti a scappare in tre e a ritornare verso casa.

(Musica)

Marta Ascoli
E alle volte, quando il campo era già pieno, allora il trasporto andava direttamente al gas. Quindi loro non entravano neanche, andavano direttamente… e questo periodo… luglio, agosto, settembre e ottobre, i crematori… le camere a gas avevano funzionato tutte le notti perché arrivavano e venivano uccisi, venivano continuamente uccisi. Funzionavano continuamente. E un crematorio poteva benissimo, lavorando a pieno ritmo, ucciderne fino… millecinquecento… come minimo… erano quattro i crematori… quindi…

 (Rumore di pioggia)

Marta Ascoli
Stik… ci chiamavano Stik, e poi ci avevano dato un numero, io difatti ho un numero sul braccio ed è una delle poche parole che so in tedesco. E il mio numero era 76.479 [in tedesco]. Che sarebbe 76.479. Noi non avevamo nome, non avevamo niente, anche all’appello ci chiamavano per numero.
Io rimasi a Birkenau fino al 31 dicembre del ’44. In quel periodo… siccome avevo lavorato fino all’ultimo giorno, e se stavo lì ancora un giorno o due morivo perché oramai erano 27 gradi sottozero, io ed altre persone fummo portate con un trasporto in Germania, a Bergen-Belsen, che è vicino ad Amburgo. E lì dopo qualche mese, il 15 aprile del ’45, ormai ero già tra i morti, fummo liberati dagli inglesi… il 15 aprile del ’45…
Ritornai in Italia  verso i primi di agosto, mi sembra. In condizioni naturalmente precarie, dopo dovetti curarmi per un anno o due, insomma…
Io compii diciotto anni proprio proprio ad Auschwitz… a Birkenau…diciotto anni

(Rumore di un campanello)

Cancelliere
Entra la corte.

(Rumore di sedie che vengono spostate)

Domenico Maltese
In nome del popolo italiano, la Corte d’Assise visti gli articoli  483, 488, 489 del codice di procedura penale, 36 e 72 del codice penale, dichiara l’imputato Oberhauser Joseph colpevole del reato ascrittogli e lo condanna alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per tre anni ed al pagamento delle spese processuali. Visto l’articolo 479 del codice di procedura penale dichiara non doversi procedere contro Aller August Ernst Dietrich per estinzione del reato ascrittogli per morte dell’imputato. L’udienza è tolta.

(Musica)

Andrea Giuseppini
Nel 1976, a trent’anni dai fatti, si è tenuto a Trieste il processo contro i responsabili dei crimini commessi duranti l’occupazione tedesca alla Risiera di San Sabba.
Dopo aver ascoltato le testimonianze di Marta Ascoli e di Franc Šircelj, due tra i pochissimi testimoni della Risiera ancora in vita, cercheremo di ricostruire le complesse vicende che portarono all’incriminazione e alla condanna di una sola persona: Joseph Oberhauser, comandante dell’unico campo di concentramento dotato di forno crematorio fatto costruire dagli occupanti tedeschi in Italia.

(Musica)

(continua)

 

  vai alla pagina principale di Le voci di San Sabba